Troppo facile dire stress!

fpss1Claudio Palumbo – Università degli Studi di Parma 

Spesso si confonde lo stress con l’affaticamento: molti credono di essere stressati, ma sono solo affaticati; altri credono di non essere stressati e invece lo sono. Le medesime condizioni relazionali e di lavoro non pesano ovviamente allo stesso modo su tutti gli individui di un gruppo omogeneo: in genere più le motivazioni dentro di sé sono elevate, più si è in grado di reggere le pressioni dall’esterno o, come  è di moda dire oggi, si è “resilienti”.

Il problema dell’individuazione delle condizioni di stress non risiede solo nell’errata autovalutazione di se stessi, questo è più che ammissibile, ma anche nella frequente inefficace metodologia di rilevazione, cosa molto meno accettabile.

Rilevo con sempre più evidenza in Italia l'insoddisfazione delle aziende e delle organizzazioni

in generale nei confronti delle metodologie tradizionali di  “valutazione dello stress lavoro correlato”: spesso forniscono dati generici, di poca efficacia pratica, con il risultato

di consegnare la ricerca agli "armadi" del tutto inutilizzata! A volte capita di peggio: sondare il personale con qualsivoglia indagine crea comunque un'aspettativa di intervento, e se questo non si verifica, proprio per l'inutilità applicativa della ricerca, si rischia di amplificare l'eventuale insoddisfazione già presente nel personale.

In molti casi gli strumenti di valutazione lasciano alquanto perplessi: alcuni superano abbondantemente le 200 domande e ci si chiede con quale concentrazione può rispondere un soggetto dopo che per minuti e minuti è impegnato nello stesso questionario; spesso si tratta di individui non abituati, come molte categorie di lavoratori, a siffatte rilevazioni; per non dire di certi quesiti o affermazioni che contengono frasi “apertamente scoperte e dirette”: si può chiedere in una indagine sullo stress se una persona si sente stressata?

Sulle modalità di somministrazione degli strumenti, pare del tutto inefficace effettuare rilevazioni frettolose mentre i destinatari si stanno occupando di altro: si assiste a compilazioni di questionari nei “ritagli di tempo del lavoro” o mentre si sta consumando il pasto in mensa e suggerendosi reciprocamente le risposte! Perplessità generano anche  le rilevazione eseguite con i questionari on line, in particolare su temi delicati e impegnativi come la valutazione del proprio stato psicofisico connesso alle condizioni organizzative.

Sul piano più strettamente metodologico, molti sono  i dubbi che suscita un’indagine che viene spesso percepita dal campione come “psicomedica” e con il timore, pur con tutte le garanzie di anonimato della ricerca,  di produrre responsi negativi che possono mettere a rischio la propria stabilità lavorativa e il ricoprire determinate mansioni: si pensi per esempio a coloro che lavorano nell’ambito della sicurezza come le forze dell’ordine e  di vigilanza privata.

Per ovviare a ciò, occorre non solo garantire l’anonimato, ma creare un “clima di fiducia” nella rilevazione, trasformando la ricerca in una seduta di indagine e allo stesso tempo di formazione per i partecipanti: un assessment-training in cui essi possono ottenere già un primo feedback dai dati, indipendentemente dai tempi di presentazione ufficiale della ricerca e dagli eventuali interventi che l’organizzazione riterrà opportuni per migliorare le condizioni di lavoro. Un clima di fiducia in cui occorre gradualmente indirizzare l’attenzione  e la riflessione del campione ad una valutazione mirata e selettiva delle problematiche personali e organizzative, con l’ausilio di più strumenti agili che cadenzano in step il processo di rilevazione, anziché affidare tutta la ricerca ad un unico strumento corposo e faticoso nella compilazione.

Dal 2010[1] ho proceduto ad  affinare progressivamente  il mio metodo di indagine e che viene sempre più  richiesto successivamente o in alternativa ai metodi tradizionali, spesso inefficaci per i motivi sopra descritti.


 

[1] La valutazione dello stress lavoro correlato. Un caso aziendale, Parma, Editore Santa Croce