Tanto più fai un lavoro che non ti piace, tanto più devi farlo bene!

logo rubricaIn questo numero della nostra rubrica proponiamo alcune riflessioni dell’economista Luigino Bruni* sul rapporto tra lavoro e gratuità espresse in un recente incontro di studi delle ACLI a Cortona e approfondite nel libro “Fondati sul lavoro”, ed. Vita e Pensieri, 2014.

Per il suo essere un “come” e non primariamente un “che cosa” si fa, non si tratta di contrapporre il dono al mercato, la gratuità al doveroso, poiché esistono delle grandi aree di complementarietà: il contratto può e deve sussidiare la reciprocità del dono. Dire gratuità significa riconoscere che un comportamento va tenuto perché è buono e non per una sua possibile ricompensa o sanzione esterne. Ecco perché non c’è lavoro ben fatto senza gratuità, perché la gratuità ha bisogno non di un’etica utilitaristica fondata sugli incentivi e sulle sanzioni, ma di un’etica del valore intrinseco delle cose. La pur necessaria e molto importante ricompensa, monetaria o di altro tipo, che si riceve in contraccambio di quell’opera, non è la motivazione del lavoro ben fatto, ma solo una dimensione, certamente importante e altrettanto essenziale, che si pone su di un altro piano: è, in un certo senso, un atto di reciprocità, un premio o un riconoscimento e una riconoscenza che quel lavoro è stato fatto bene, e non il “perché” del lavoro ben fatto. Per lavorare può bastare la buona motivazione del salario; ma per il lavoro ben fatto occorre anche la gratuità.

In tempo di crisi, molte più persone sono costrette a fare dei lavori che non amano pur di vivere. La sofferenza di accettare questi lavori non è tuttavia misurata da nessun PIL. In realtà, tutti i lavori hanno componenti non vocazionali, ma che danno serietà al lavoro. È proprio quella parte un po’ noiosa che ci fa persone serie. Il contratto non compra la parte essenziale del lavoro e l’impresa non ha né gli strumenti per comprare questa dimensione, né il linguaggio per riconoscerlo.

La cultura economica capitalistica dominante, con la sua teoria e prassi economica, sta invece operando su questo fronte una rivoluzione silenziosa ma di portata epocale: il denaro è diventato il principale o unico “perché” del lavorare, la motivazione dell’impegno nel lavoro, della sua qualità e quantità. È, questa, la cultura che possiamo chiamare dell’incentivo, che si sta sempre più estendendo anche ad ambiti tradizionalmente non economici, come la sanità e la scuola, dove è divenuto normale pensare che un insegnante o un medico si comportano da buoni lavoratori solo e solo in quanto adeguatamente remunerati e controllati.

Dobbiamo cambiare lo sguardo sul lavoro e uscire dall’idea che il lavoratore è un pigro e un fannullone, che, se non lo controllo e lo incentivo, lavora male. Il premio riconosce la virtù e la rafforza, mentre l’incentivo crea i comportamenti in maniera innaturale.

Bisogna ripartire da una nuova fiducia nelle risorse morali e spirituali del lavoratore, che quando lavora bene - prima di obbedire a incentivi e manager - obbedisce a se stesso, mentre quando lavora male per otto ore al giorno per quarant’anni, è l’intera vita, personale, familiare e sociale, che non funziona. Ne va di mezzo la nostra felicità, una felicità che non può cominciare quando torniamo a casa alla sera o nel weekend, perché se non siamo felici quando e mentre lavoriamo, non possiamo esserlo veramente e pienamente neanche quando smettiamo di lavorare. Non è sempre possibile, per tutti e per tutta la vita, fare il lavoro che sentiamo come nostra vocazione, ma nessuno può impedirci di vivere ogni lavoro come relazione e servizio e così redimerlo e trasformarlo in crescita umana.

Il disagio del mondo del lavoro è anche il frutto dell’imperialismo incontrastato di questa cultura del lavoro, che non vede nel “bisogno del lavoro ben fatto” la vocazione più radicale presente nelle persone, che, se possono, vogliono lavorare bene, perché nel lavoro mettono la parte migliore di essi. Tutto questo è il vero significato del dovere etico di riportare la gratuità al centro del mondo del lavoro.

*professore ordinario di Economia politica presso l’Università Lumsa di Roma