L’attenzione e l’empatia

logo rubricaChi è attento vede molte cose che gli altri si lasciano sfuggire troppo facilmente. Percepisce senza giudicare subito, non si distrae e vive il momento presente. Se si osserva meglio il mondo, la vita si arricchisce e nel cervello si formano connessioni più complesse. Essere attenti significa anche pensare più lucidamente ed essere liberi da pregiudizi, senza rimuginare su che cosa sarebbe potuto accadere o su che cosa è accaduto. Per queste ragioni, l’attenzione è molto più utile per conoscere il mondo rispetto alla sbadataggine. Non richiede un grande sforzo e permette di risparmiare energie. Tanti adulti lo imparano a loro spese. Probabilmente è per questo motivo che l’offerta di corsi e di seminari sull’attenzione cresce in maniera esponenziale. In quelle sedi, i grandi reimparano a fare ciò che facevano benissimo da piccoli: vivere nel presente. Sentire profondamente. Guardare accuratamente. Osservare se stessi. Chi ascolta se stesso è anche più bravo a intuire i sentimenti degli altri.

Per molte religioni, l’attenzione e l’empatia sono i fondamenti della dottrina. Nel buddismo, l’empatia è un atteggiamento spirituale che esprime rispetto e responsabilità verso tutti gli esseri viventi. I buddisti praticano l’empatia attraverso la meditazione, osservando i propri pensieri mentre “siedono immobili” e “si allenano a essere attenti”. L’empatia, afferma il Dalai Lama, non è né infantile né stucchevole, bensì qualcosa di veramente prezioso e profondo. Questo grande leader religioso parla dell’”utilità” dell’empatia: grazie all’empatia, si creano i presupposti per ottenere affetto o reazioni positive dalle altre persone. È ciò che prescrive l’imperativo categorico di Kant e che Gesù predicava molto prima di lui: amare il prossimo come se stessi.

(G. Hüther, U. Hauser, Ogni bambino ha un grande talento).