L'Ozio

logorubricaUna riflessione stimolata dalla lettura di Salatore Natoli.

Dal latino otium il termine ozio rimanda alla solitudine, intesa come dedizione alla contemplazione, alla riflessione, agli studi, ed è contrapposto al termine negotium, "non ozio" inteso come attività lavorativa. Il termine è diventato nel tempo sinonimo di pigrizia, inerzia, ma l’ozio non è sempre stato condannato come vizio sociale, l'ozio non è sempre stato il padre dei vizi.

Il nostro tempo è caratterizzato dalla frenesia, dall'attivismo, dal produrre per consumare, da un consumare spesso definalizzato e perciò da un produrre per il produrre. Di qui un lavoro obbligato, costretto com'è nei ritmi della produzione, ed insieme un consumo senza gioia.

Nel mondo contemporaneo il produrre è divenuto un dovere. Il moderno ha privilegiato l'homo faber quel tipo d'uomo ove l'obbligo di produrre prevale sul libero agire.

Una società che misura il tempo in termini di danaro ha in avversione l'ozio e per i moderni, infatti, tra ozio e miseria vi è un nesso di causa ed effetto, s'instaura una circolarità viziosa. Questa convinzione, per altro era già degli antichi: otia dant vitia. I moderni radicalizzano quest'idea, in certo senso la portano alle sue estreme conseguenze. E tuttavia il moderno nel condannare l'ozio come spreco del tempo e occasione di dissipazione mette tra parentesi - fino poi a dimenticarlo del tutto - l'otium di cui parlavano gli antichi. L'ozio, concepito al modo degli antichi, non è infatti una fuga dal lavoro, ma, al contrario, coincide con l'agire libero e più esattamente con il modo d'agire proprio degli uomini liberi.

Per i moderni l'ozio ha senso solo se lo si assume come una pausa - giustificata - dal lavoro e non viene invece concepito come un'attività libera, come il "tempo dell'opera", di cui cifra assoluta è l'opera d'arte. L'arte infatti è insieme lavoro, libertà/creatività, grazia. Gli uomini moderni hanno dimenticato l'idea antica di ozio e tuttavia non mancano di lamentare ad ogni momento - pavesianamente - che lavorare stanca.

È allora necessario recuperare il valore originario dell'ozio così come lo intendevano i greci. La parola greca scholé significa riposo, quiete, soprattutto tempo libero.

Singolare, in questo caso, è l'etimologia del termine. Taluni lo fanno risalire al verbo écho che significa "avere". Se così è, la scholé - in senso stretto - non ha altro significato che quello di avere: essa designa un possesso e propriamente quello del tempo, di un tempo tutto per sé.

Ma l'ozio è un tempo per sé non nella forma strettamente egoistica del farsi, una volta tanto, gli affari propri. Caso mai è il negotium il luogo proprio degli affari.

Nell'ozio, viceversa l'uomo si libera da sé, dal suo immediato interesse, non per negarsi, ma per meglio ritrovarsi, per pervenire alla più compiuta consapevolezza della sua vera condizione. Il tempo dell'ozio è infine il tempo delle giuste relazioni con gli uomini. Nell'affare le relazioni umane sono spesso strumentali. L'ozio, al modo in cui favorisce un sapere disinteressato, libera spazio per l'intimità. Il lavoro non cessa mai d'essere fatica.

Tuttavia la fatica la si sopporta e perfino la si cerca se essa si riscatta nell'opera. Se poi l'opera da realizzare e da portare a compimento siamo "noi stessi", allora dobbiamo regalarci tempo.

È doveroso sottrarsi all'alienazione del produrre senza destinazione. Dobbiamo destinare a noi stessi la nostra fatica, spartirla con gli amici, dedicare il nostro tempo a quelli che amiamo."