L'altro

logo rubrica“Noi”, “gli altri”. Quante volte, ricorriamo sbrigativamente a queste due categorie di appartenenza per capire problemi, trovare scorciatoie, risolvere situazioni intricate, giustificare atteggiamenti e incomprensioni. Eppure se siamo appena più attenti, ci rendiamo conto che è arduo definire con certezza i confini tra queste due entità e, ancor di più, stabilire con certezza chi appartiene all’una o all’altra, in che misura e per quanto tempo. Quando giustapponiamo i due termini, in realtà intraprendiamo un percorso suscettibile di infinite varianti, ciascuna gravida di conseguenze: ci possiamo infatti inoltrare su un ponte gettato tra due mondi, oppure andare a sbattere contro un muro che li separa o ancora ritrovarci su una strada che li mette in comunicazione. Possiamo anche scoprire l’opportunità di un intreccio fecondo dell’insopprimibile connessione che abita noi e loro. Sì, perché ciascuno di noi – e anche gli altri – esiste in quanto essere-in-relazione: con quanti lo hanno preceduto, con chi gli è o è stato accanto, con il “prossimo”, con coloro che ha avuto o avrà modo di incontrare nella vita, con il pensiero, la vita e le azioni di persone che non ha mai conosciuto personalmente, e perfino con chi non conoscerà mai ma che contribuisce con la sua esistenza, le sue gioie e le sue sofferenze a quel mirabile corpo collettivo che è l’umanità.

È una consapevolezza, quella dell’intima connessione tra ciascuno di noi e gli altri, che va ridestata con lucidità in questa nostra epoca in cui si può ipotizzare la “morte del prossimo”, la scomparsa di colui che, letteralmente, è “più vicino”. Se infatti veniamo quotidianamente sollecitati a una generica solidarietà con chi è lontano, siamo nel contempo spinti a non vedere chi ci è accanto e attende, prima ancora riconoscimento della propria esistenza. Comunichiamo a distanza, interagiamo in “tempo reale”, ci sentiamo connessi con una rete globale, ma distogliamo lo sguardo e il cuore da “l’altro accanto a noi”, nella paura che il diverso cessi di restarci estraneo e inizi a inquietare la falsa sicurezza che regna tra i “simili” (…). 

Tratto dal libro di Enzo Bianchi “L’altro siamo noi” Edizione Einaudi, 2010.