Il valore delle parole

logorubricaIl libro «La foresta e l’albero - dieci parole per un’economia umana» di Luigino Bruni ci propone una riflessione sul nostro tempo, sull’uso e sul valore delle parole, riportiamo il breve testo del risvolto di copertina.
Merito, efficienza, competizione, leadership, innovazione… sono parole che appartengono al lessico economico, ma che hanno ormai valicato i confini del mondo del lavoro e della produzione per occupare tutti gli ambiti della vita. Di più, sono diventate una sorta di grammatica universale, di pensiero unico per esprimere virtù vincenti in tutti campi dell’umano. Eppure, quest’invasione di frasi, espressioni, slogan provenienti dal mondo delle imprese si rivela di una povertà incolmabile quando si tratta di accedere alle cose più profonde e vere della vita. E in tempi come questi, di crisi non solo economica ma anche antropologica, si avverte un’acuta indigenza d’espressione, che svela l’inadeguatezza di queste nuove «parole d’ordine». Il libro di Bruni torna allora ad altre parole, a quel patrimonio spirituale e civile che è stato dissipato e infragilito, se non addirittura messo al bando e rinnegato. Parole come mitezza, lealtà, generosità, compassione, umiltà, che esprimono virtù «pre-economiche» e si rivelano essenziali alla piena fioritura umana. Non si tratta di un’operazione nostalgica: riscoprire queste virtù significa soprattutto far dire cose nuove alle vecchie parole, rigenerarle per andare incontro allo spirito del tempo e soccorrerlo. Come una foresta, ricorda Bruni, vive di biodiversità, di tante specie diverse, oggi l’albero economia, per tornare a crescere bene, ha bisogno più che mai di essere affiancato da tutti gli altri alberi dell’esperienza umana, da quelle antiche e rigenerate virtù che consentono lo sviluppo integrale delle persone, dentro e fuori il mondo del lavoro.

Testimonianza di un partecipante di anni 56

logorubricaIl Progetto Mosaico è un percorso di analisi personale e professionale organizzato dal CFP-OCST. A causa dei gravi problemi di salute che mi affliggono ormai da mesi e che mi impediscono di poter svolgere la mia attuale attività lavorativa sto beneficiando dell’intervento tempestivo offerto dall’Ufficio Assicurazione Invalidità «AI». La consulente AI mi ha consigliato questo percorso dove ho potuto conoscere una persona altamente preparata e qualificata, grazie alla quale attraverso colloqui conoscitivi, confronti, esercizi su schede preposte ad esplorare le mie competenze professionali e personali, siamo riusciti a capire ed a conoscere meglio le mie capacità, le mie potenzialità, ma anche le mie debolezze e le mie lacune professionali. Individuate le mie scarse competenze informatiche, ho potuto beneficiare, con il sostegno dell’AI, di un corso avanzato di informatica, per me importantissimo, poiché in tal modo, sarò in grado di presentare alle aziende, a cui andrò a proporre la mia candidatura per una nuova posizione lavorativa, un Curriculum Vitae, non soltanto compilato in modo più corretto rispetto al Curriculum che proponevo io, ormai obsoleto, ma anche più completo per quanto riguarda le competenze professionali.
PROGETTO MOSAICO

Una stella sulla strada di Betlemme

logorubricaIncontriamo persone che hanno perso il lavoro perché si sono ammalate, perché si sono infortunate, perché la loro azienda deve essere ridimensionata o addirittura chiude. Ognuno di loro è alla ricerca di una stella che possa illuminare il loro cammino.
Natale è alle porte e a loro vogliamo dedicare questa poesia.


UNA STELLA SULLA STRADA DI BETLEMME
di Boris Pasternak
Era inverno
e soffiava il vento della steppa.
Freddo aveva il neonato nella grotta
sul pendio del colle.
L’alito del bue lo riscaldava.
Animali domestici stavano nella grotta.
Sulla culla vagava un tiepido vapore.
Dalle rupi guardavano
assonnati i pastori
gli spazi della mezzanotte.
E lì accanto, sconosciuta prima d’allora,
più modesta di un lucignolo
alla finestrella di un capanno,
tremava una stella
sulla strada di Betlemme.

Vivere ai tempi della post-verità

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Post-truth, cioè post-verità, è la parola dell’anno per l’Oxford dictionary. Il termine «denota o si riferisce a circostanze in cui i fatti oggettivi sono meno influenti degli appelli a emozioni e credenze personali nel formare l’opinione pubblica».
Tra tutte le parole considerate, post-truth è apparsa come quella che cattura meglio l’attuale spirito del tempo e ha il potenziale per restare «culturalmente significativa nel lungo periodo».
Siamo proprio messi bene.
La notizia interessante è che, come non sempre succede, la medesima parola è selezionata dall’Oxford dictionary sia per gli Stati Uniti sia per il Regno Unito. Del resto, tra Brexit e Trump, entrambi i paesi hanno avuto la loro dose da cavallo di post-verità.
L’altra notizia interessante è che la scelta del termine post-truth era stata compiuta già prima che i risultati delle elezioni americane fossero noti. È proprio la recente campagna elettorale statunitense a offrirci una collezione di elementi tale da restituire una vivida idea di quel che significa vivere ai tempi della post-verità.
Gli anglosassoni parlano di «camere dell’eco». Un bell’articolo dell’Independent descrive perfettamente il fenomeno, dove non esiste la verità dei fatti, perché ciascuno ha selezionato e riceve solo le notizie e i commenti con i quali concorda a priori. Ed eccoci a un altro punto interessante: «Anche noi», scrive ancora l’Independent, «ci siamo ritirati nelle nostre camere dell’eco, ripetendoci a vicenda opinioni di cui siamo già convinti».
Uscire dalla bolla
Questo, credo, succede perché sono state fatte due cose giuste, doverose e legittime, e una sbagliata: giusto e legittimo sbugiardare bufale e menzogne, e ignorarne l’esistenza all’interno della narrazione sui mezzi d’informazione più autorevoli.
Sbagliato e ingenuo, però, sottovalutare la crescente rilevanza e il peso del fenomeno costituito dalla vorticosa diffusione delle bufale, e il conseguente avvento della post-verità. Le bufale e le credenze in sé sono false, ma il fenomeno delle bufale e delle credenze diffuse in rete è del tutto reale.
Non ho la più pallida idea di come si possano concretamente migliorare le cose, restituendo all’opinione pubblica nel suo complesso una più fedele e meno post-veritiera rappresentazione del reale. So anche che la complessità del reale è così scoraggiante da spingerci tutti, élite comprese, a rifugiarci ciascuno nella propria bolla.
L’unica cosa di cui sono certa è che per cominciare a prendere contatto con il problema bisogna che qualcuno esca dalla sua bolla. Farlo è sgradevole, è destabilizzante e chiede una serie di assunzioni di responsabilità. Ci vogliono calma, coraggio, realismo e buonsenso: qualità sempre più rare e difficili da coltivare, ai tempi della post-verità.
Annamaria Testa, esperta di comunicazione www.internazionale.it

La Lealtà

logo rubricaQuale è il suo significato, quanto ci appartiene nei nostri vissuti quotidiani?

Lealtà è parola che deriva dal latino legalitas e indica una componente del carattere, per cui una persona sceglie di obbedire a particolari valori di correttezza e sincerità anche in situazioni difficili, mantenendo le promesse iniziali e comportandosi seguendo un codice
etico personale prestabilito. Una persona leale agisce con sincerità e franchezza, ha vivo il sentimento dell’onore e rifugge dalla finzione come dal tradimento. La coerenza tra un comportamento nella pratica e gli ideali a cui fa riferimento dimostra il grado della sua lealtà.
Oggi la lealtà sembra una virtù personale un po’ antiquata, le persone che tentano di praticarla a volte rischiano di essere derise se non umiliate, poiché bisogna avere successo a tutti i costi, e soprattutto essere sempre primi nonostante tutto.

Se abbiamo difficoltà a trovare degli esempi di lealtà nel nostro vivere quotidiano sicuramente possiamo attingere ad alcuni esempi del passato per conoscere esempi di tale virtù.

Mi piace citare la figura di Socrate, nato ad Atene nel 470-469 a.C. era figlio di uno scultore, Sofronisco, e di una levatrice, Fenarete, e marito di Santippe da cui pare ebbe tre figli.

Nel 399 a.C. Socrate venne accusato da Anito, Meleto e Licone di corrompere i giovani attraverso il suo insegnamento, di empietà verso gli dei tradizionali e di introdurre nuove divinità filosofiche nella città. Socrate rifiutò ogni patteggiamento e fu condannato a morte per somministrazione della cicuta, un estratto di una pianta velenosa. La lealtà di Socrate verso la città e le leggi affonda le proprie radici nel filosofo che ritiene che l’uomo sia tale solo in quanto rapportato alla società.

Nell’ambito religioso la lealtà è l’agire in sintonia con la volontà e l’intelligenza divina nel superare i limiti e le debolezze umane. Il comportamento leale è quindi in quest’ottica sintomo di una superiore conoscenza. Ne è prova il detto di Gesù: Nessuno può servire due maestri (Matteo, 6.24).

Oggi, nel nostro vivere quotidiano, quanto siamo sinceri, quanto siamo coerenti? Essere leali risuona molto con l’essere autentici, poiché anche il vivere autentico richiede armonia tra la nostra esteriorità e la nostra interiorità. Quali sono le difficoltà che incontriamo nella
nostra quotidianità per costruire una vita all’insegna della lealtà e della autenticità?

È ancora possibile essere leali verso gli altri assecondando i propri desideri?