Aprirsi al dialogo

logo rubricaCome proteggere la propria salute di fronte a stress e disagio?

“Il malessere lavorativo si instaura con silenziosa progressività, a partire da segnali e sintomi che nella loro ordinarietà e sopportabilità possono apparire innocui, fino a determinare situazioni di maggiore gravità che comportano una compromissione di rilievo. 

Vigilare a esercitare attenzione su di sé

Espressioni come “non ne posso più”, “sono al limite”, “mi sento svuotato, non trovo più il senso di quello che faccio”, “mi sento solo, isolato, abbandonato”, “vado al lavoro con lo stomaco chiuso e un groppo alla gola”, sono ormai ingredienti abituali dei discorsi sul lavoro, tuttavia le situazioni che descrivono sono già campanelli di allarme che devono essere presi in considerazione nel loro significato anticipatore. Il primo atteggiamento necessario di cura di sé è allora una sorta di vigilanza, di attenzione rivolta a sé stessi. Una vigilanza sulla condizione emotiva, sui sentimenti, sullo stato psicofisico, sui pensieri, sulle relazioni, attenta ad intercettare i segnali anche più deboli di malessere e a dare loro voce e significato.  Riuscire ad essere vigili senza cedere all’imperativo della censura e del benessere è già una prima importante conquista.

Uscire dalla negazione, interrompere il silenzio

Un passo auto terapeutico di fondamentale importanza è incominciare a riconoscere la censura culturale nei confronti del disagio e infrangerla con coraggio, innanzitutto ammettendo nel proprio dialogo con sè stessi che si vive in una condizione di malessere e inaugurando con questo atto di apertura e rinascita la possibilità di parlare con altri del proprio vissuto.  Interrompere il silenzio sul proprio vissuto di malessere aprendo dialoghi con altri è un movimento fondamentale. Aprire dialoghi è interrompere una solitudine spesso disperata e rischiosa”. 

“La qualità della vita di lavoro in azienda: un investimento strategico per il presente e il futuro” Spunti, F. Cecchinato 

La vocazione di perdersi

logorubricaPrendiamo spunto da una recensione del libro di Franco Michieli  “La vocazione di perdersi” per la nostra rubrica.

Da 20 anni Michieli ha elaborato una filosofia dell’andare in montagna, basata sul valore di non usare strumenti come mappe, bussole, gps, orologi, per ritrovare quello spirito interiore atavico di orientamento, fatto di intuizioni e di capacità di lettura del paesaggio, del sole, degli astri, ecc. Se ci appoggiamo sempre a mappe e strumenti elettronici, non guardiamo con attenzione la realtà. In questo piccolo saggio apprendiamo come le vie trovano i viandanti, su come perdersi, sul piacere di perdersi per imparare, metafora anche della vita e della crescita personale. L’autore lo fa con un racconto leggero, fatto di considerazioni profonde alternate a racconti di esperienze vissute, come quella in Sardegna o quella di quando in Lapponia dovevano trovare un villaggio dopo giorni e giorni di cammino fuori sentiero nel grande vuoto, e alla fine come per magia il villaggio era proprio lì, dietro una collina, nella notte con tutte le luci illuminate, quasi ci fosse una capacità sconosciuta a guidare gli uomini verso la loro meta. La nostra società ci ha trasmesso la paura di perderci, e ci riempie di strumenti per evitare anche il minimo spaesamento, l’autore invece ci insegna che in cammino come nella vita perdersi è l’unico modo vero per crescere, per imparare, perché la natura vera, non addomesticata, come la vita vera, piena di imprevisti, sono la strada che i viandanti come noi devono percorrere. Come disse Robert Frost, “due strade trovai nel bosco e io, io scelsi quella meno battuta ed è per questo che sono diverso”.

L'incertezza

L’incertezza è una margherita

 i cui petali non si finiscono mai di sfogliare.

 (Mario Vargas Llosa)

logorubricaUna parola corrente nel vocabolario delle persone che si rivolgono a noi.

Approfondendo il significato di questo termine ci siamo inoltrati nella lettura del libro di uno dei più noti pensatori contemporanei, il sociologo Zygmunt Bauman. Nel suo libro Vita Liquida, pubblicato da Feltrinelli nel 2006, ritiene che l’incertezza nella società moderna, proviene dalla trasformazione dei suoi protagonisti da produttori a consumatori. Nella struttura di questa società “liquida-moderna” gli individui non riescono a concretizzare i loro risultati in beni duraturi, le attività si trasformano velocemente in passività e le capacità in incapacità pertanto si vive un’esistenza in condizioni di incertezza costante o potremo dire un’esistenza precaria. Il problema per l’individuo, afferma Bauman, è di non riuscire a tenere il passo rimanendo, inevitabilmente indietro. A differenza di chi si trova al vertice della piramide del potere, capaci di adattarsi alle incertezze dando valore alla precarietà, l’individuo “comune” vive un presente pieno di ansie per sopravvivere e si preoccupa di ciò che può consumare e gustare subito e ora.

Per il sociologo, conta la velocità, non la durata, la “vita liquida”, è una vita di consumi che marchia il mondo. In essa gli oggetti perdono la propria utilità e il loro potere attrattivo man mano che sono usati, hanno un’esistenza limitata, ben presto diventano non idonei al consumo e vanno eliminati per lasciare il posto ad altri non ancora utilizzati.

Spesso il racconto delle persone che accompagniamo sembra parafrasare, non per gli oggetti ma per le loro vite, il pensiero di Bauman.

La lettura di questo libro ci ha aiutato a riflettere sull’attualità che stiamo vivendo dove l’incertezza è un tema con cui non possiamo fare a meno di confrontarci.

Un incertezza che riguarda non solo il mondo del lavoro ma le relazioni in genere.

VACANZE!!!

logo rubricaIl tempo delle vacanze ci rimanda al significato del viaggio— da cui nasce l’etimologia della parola turismo (tour) — della festa e del riposo. Per alcuni è il tempo per evadere, per altri quello per conoscere, ma tutti sperimentano il tempo dell’attesa gioiosa simile a quella descritta da Leopardi nel Sabato del villaggio.

Anche la Bibbia racconta il significato che ha per l’uomo la “rottura” della quotidianità e la dimensione del viaggio: “Chi ha viaggiato conosce molte cose, chi ha molta esperienza parla con intelligenza. Chi non ha avuto prove, poco conosce; chi ha viaggiato ha una grande accortezza” (Sir 34,9-10).

E’ tempo di vacanze e molti sono già a godersi il meritato riposo dopo un pesante anno di lavoro.

Vacanza? Ma da dove deriva questa parola?

Viene dal latino “vacantia” che significa letteralmente “mancanza”. A sua volta vacantia proviene da vacans, participio presente di "vacare" che significa "essere vacuo, sgombro, libero, senza occupazioni".

Se il lavoro manca, è “vacante”, si può dire provocatoriamente che si è già invacanza, in virtù della sua radice comune con “vacuo” (vuoto), a indicare proprio il periodo che, da un lato, vede gli uffici e le scuole svuotarsi, e dall’altro i lavoratori e gli studenti essere “vuoti” da impegni e doveri, cioè sgombri, liberi. Insomma, il disoccupato, non è occupato, è in vacanza. Certo, non è proprio una vacanza di riposo, e soprattutto, se protratta tutto l’anno, non è l’eccezione, il momento di libertà dal lavoro, ma è la norma. Se chi è senza lavoro è in vacanza, non per questo la sua vacanza sarà di “ferie”, sarà bensì una vacanza “feriale”, una vacanza nei giorni lavorativi della settimana, quelli normali. Una vacanza anormale.

Auguriamo a tutti un’attesa gioiosa!!!

Quattro caratteristiche del lavoro

logorubricaIn una recente udienza in occasione del 70° anniversario di fondazione delle Acli, Papa Francesco ha invitato a riflettere su alcune caratteristiche del lavoro.  

“Dobbiamo far sì che, attraverso il lavoro – il «lavoro libero, creativo, partecipativo e solidale» (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 192) – l’essere umano esprima ed accresca la dignità della propria vita. Vorrei dire qualcosa su queste quattro caratteristiche del lavoro.

Il lavoro libero. La vera libertà del lavoro significa che l’uomo, proseguendo l’opera del Creatore, fa sì che il mondo ritrovi il suo fine: essere opera di Dio che, nel lavoro compiuto, incarna e prolunga l’immagine della sua presenza nella creazione e nella storia dell’uomo. Troppo spesso, invece, il lavoro è succube di oppressioni a diversi livelli: dell’uomo sull’altro uomo; di nuove organizzazioni schiavistiche che opprimono i più poveri; in particolare, molti bambini e molte donne subiscono un’economia che obbliga a un lavoro indegno che contraddice la creazione nella sua bellezza e nella sua armonia. Dobbiamo far sì che il lavoro non sia strumento di alienazione, ma di speranza e di vita nuova. Cioè, che il lavoro sia libero.

Secondo: il lavoro creativo. Ogni uomo porta in sé una originale e unica capacità di trarre da sé e dalle persone che lavorano con lui il bene che Dio gli ha posto nel cuore. Ogni uomo e donna è “poeta”, capace di fare creatività. Poeta vuol dire questo. Ma questo può avvenire quando si permette all’uomo di esprimere in libertà e creatività alcune forme di impresa, di lavoro collaborativo svolto in comunità che consentano a lui e ad altre persone un pieno sviluppo economico e sociale. Non possiamo tarpare le ali a quanti, in particolare giovani, hanno tanto da dare con la loro intelligenza e capacità; essi vanno liberati dai pesi che li opprimono e impediscono loro di entrare a pieno diritto e quanto prima nel mondo del lavoro.

Terzo: il lavoro partecipativo. Per poter incidere nella realtà, l’uomo è chiamato ad esprimere il lavoro secondo la logica che più gli è propria, quella relazionale. La logica relazionale, cioè vedere sempre nel fine del lavoro il volto dell’altro e la collaborazione responsabile con altre persone. Lì dove, a causa di una visione economicistica, si pensa all’uomo in chiave egoistica e agli altri come mezzi e non come fini, il lavoro perde il suo senso primario di continuazione dell’opera di Dio, e per questo è opera di un idolo; l’opera di Dio, invece, è destinata a tutta l’umanità, perché tutti possano beneficiarne.

E quarto, il lavoro solidale. Ogni giorno voi incontrate persone che hanno perso il lavoro – questo fa piangere –, o in cerca di occupazione. E prendono quello che capita. Quante persone in cerca di occupazione, persone che vogliono portare a casa il pane: non solo mangiare, ma portare da mangiare, questa è la dignità. Il pane per la loro famiglia. A queste persone bisogna dare una risposta. In primo luogo, è doveroso offrire la propria vicinanza, la propria solidarietà.”